"Scritto nel Maggio 2022, questo intervento dei compagni milanesi del Collettivo Comunista Metropolitano è oggi, a distanza di 3 anni più attuale che mai.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
GUERRA ED EMERGENZA PERMAMENTE
L’emergenza della pandemia non è finita. È tenuta in caldo, pronta a essere ripresa in seguito. Contro la sua ripresa militano alcuni fattori importanti:
1) Interni a ogni paese: riluttanza delle popolazioni, stanche delle restrizioni e sfiduciate dai vaccini, il riemergere di una crisi economica che potrebbe riaprire il conflitto sociale su vasta scala, indebolendo la disponibilità della gente a mettere al primo posto la pandemia.
2) Internazionali: molti paesi potrebbero sottrarsi a un’ulteriore allarme mondiale. L’India è il caso più evidente: la lotta dei contadini non si è fatta condizionare dai lockdown, con oltre un anno di mobilitazione ha vinto costringendo il governo a recedere dalla controriforma agraria e ha smantellato la narrazione pandemica, inducendo il governo a diffondere l’ivermectina[1] che ha drasticamente ridotto ricoveri e decessi. Indubbiamente uno dei fattori che ha contribuito alla mobilitazione vittoriosa dei contadini indiani è la guerra popolare diretta dal PCI (M). In Russia non sono state mobilitazioni di piazza ma la popolazione ha sabotato vaccini[2]. Rifiuti analoghi in molti paesi asiatici, africani, latinoamericani e dei Balcani.
La stessa Cina presenta caratteri diversi dalla gestione occidentale: fa lockdown rigidi, ma limitati nello spazio e nel tempo, perché avverte il pericolo di attacchi biologici (la scoperta dei laboratori in Ucraina la dice lunga sulla pratica USA/occidentali di diffondere patogeni soprattutto verso Russia e Cina)[3]. Ciò non toglie che i lockdown siano egualmente inutili a sradicare il virus e molto utili, invece, a operazioni di disciplinamento sociale. La Cina, comunque, non usa vaccini occidentali, non impone obbligo vaccinale e non usa Gren Pass.
La riluttanza a obbligo vaccinale e Gren Pass è molto forte in due paesi occidentali decisivi: USA e Germania.
L’OMS, non di meno, sta cercando di dotarsi di un potere mondiale accentrato in caso di pandemia al fine di disporre misure d’ogni tipo a tutti i paesi a prescindere dalla loro legislazione[4]. D’altronde la definizione di pandemia è stata slegata da ogni criterio di quantità di morti e malati. È nella disponibilità dell’OMS dichiararla sulla base contagi.
Questo vuol dire che chi domina l’OMS non molla anzi rilancia. Grande finanza, Big Pharma, Big Tech, gli imperialisti anglosassoni non rinunciano a utilizzare gli allarmi sanitari per imporre a tutto il mondo il proprio dispotismo sanitario con il condizionare politica, economia, rapporti sociali di ogni paese. Finora solo la Russia ha avanzato qualche dubbio su questa assunzione di potere dell’OMS sugli Stati[5].
La pandemia, dunque, è ancora in caldo come mezzo di disciplinamento sociale interno e internazionale. Tuttavia, senza soluzione di continuità, una nuova emergenza è già iniziata. Quella bellica. L’intervento russo in Ucraina, provocato da una decennale aggressione da parte di Nato e dell’Occidente imperialista, ha fatto comparire un nuovo nemico. Governi e media lo trattano con le stesse modalità usate contro il Sars-Cov-2. Un nemico oscuro, irrazionale, imprevedibile, privo di umanità, contro il quale è necessario unirsi compatti in una comunità resiliente sotto la guida dello Stato, accettare ogni sorta di sacrificio esistenziale, fare la guardia contro l’untore sedotto dal negazionismo o dal filo-putinismo (magari solo perché vuole tenere la temperatura di casa a 20° invece di 19°).
Finora la propaganda emergenziale bellica non ha sfondato a livello popolare come quella pandemica perché è più complicato agire sulla minaccia alla propria vita, che per la pandemia è stato facile diffondere, mentre per la guerra è necessario convincere che le armate russe siano una minaccia alla vita maggiore di quella rappresentata dalla guerra Nato/Russia per la quale si invoca la necessità di intrupparsi. Questa, infatti, potrebbe divenire nucleare e ciò suscita più paura del propagandato rischio dell’arrivo dei “disumani russi” in casa propria. Sicuramente, poi, per la perplessità sull’utilità di farsi del male per punire Putin con le sanzioni.
Ciò nonostante, l’emergenzialismo bellico prosegue. Si concluda o no l’operazione russa in Ucraina, il progetto occidentale è del tutto chiaro: aprire uno stato di guerra permanente contro la Russia, e dopo aver sconfitto o logorato questa, contro la Cina. Una guerra effettuata con tutti i mezzi a disposizione: politici, mediatici, economici, militari, biologici, sportivi, culturali, religiosi ecc.
L’Occidente imperialista aveva preparato contro la Russia un blitzkrieg. Dopo averla costretta a intervenire le ha scatenato contro un nugolo di sanzioni con le quali contava di precipitarla in una severa crisi economica con la speranza di provocare una crisi sociale e politica, con la caduta di Putin e il ritorno ai “gloriosi” (per l’Occidente imperialista) anni di Eltsin, con una popolazione immiserita, le risorse naturali e minerali saccheggiate, e la possibilità di attuare quello che non era riuscito allora, ossia il completo annientamento della sua unità statuale. La Russia ha dimostrato, finora, di saper resistere contro le manovre occidentali, aiutata anche dal fatto che la maggioranza di paesi al mondo si sono rifiutati di aderire alle sanzioni. Il blitzkrieg è fallito. Ciò ha fatto insorgere nelle élite occidentali qualche dubbio sulle modalità di prosecuzione. Da un lato si schierano coloro che premono per elevare il livello a scontro militare tra Nato e Russia, non perché convinti di vincerlo all’immediato, ma perché contano sul fatto che la Russia arretrerebbe piuttosto che accettare la guerra totale, e, ancor più, sul fatto che una lunga guerra logorerebbe la Russia più dell’Occidente, che ha capacità produttiva di armi molto superiori alla prima. Dall’altro iniziano a farsi vivi settori economici e politici che temono i danni subiti da una guerra totale contro la Russia e mirano a un compromesso sull’Ucraina con una prosecuzione della guerra tramite, per ora, i soli metodi finanziari, economici ecc.[6]
I fautori dell’innalzamento dello scontro militare si trovano dislocati in quell’ambiente che si potrebbe definire anglosfera, mentre i secondi sono osteggiati pesantemente dai media che rivelano (come per la pandemia) la loro completa sottomissione agli ordini di scuderia USA e delle grandi multinazionali, si manifestano, sempre meno timidamente, in alcuni paesi europei (e anche negli USA).
È possibile vedere in queste prime crepe i prodromi di un disallineamento tra Europa e USA?
Una separazione nel campo occidentale è, prima o poi, non certo, però per iniziativa di qualche borghese, ma solo come effetto indotto da forti conflitti di classe, cui forzatamente offrire un piano di riscatto nazionalistico a sostegno delle proprie mire imperialiste anche contro i precedenti alleati.
In mancanza di ciò l’Occidente imperialista si può dividere, al massimo, sulle tattiche di scontro e su come ripartire al proprio interno i suoi vantaggi e svantaggi, ma rimane unito nell’obbiettivo di fondo; stroncare il tentativo russo e cinese di affrancarsi dal ruolo di produttori; l’una di materie prime a basso costo, l’altra, di plusvalore del capitale occidentale. Se Germania e altri paesi europei dovessero, infatti, in futuro sganciarsi dagli USA, non per questo costruirebbero con Russia e Cina rapporti alla pari, ma avrebbero persino maggiore bisogno di sottometterle sul piano economico e politico, di sfruttare a proprio vantaggio la loro potenza militare e utilizzare le loro popolazioni come carne da cannone nel caso di conflitto mondiale.
Per l’Occidente imperialista c’è piena condivisione sugli scopi delle misure anti-Russia. Si tratta di costringerla a sottomettersi pienamente a chi domina il mercato mondiale, la forma dell’imperialismo, in cui un pugno ristretto di paesi si appropriano della stragrande quota di profitti mondialmente prodotti tramite il dominio del capitale finanziario accumulato grazie al fatto che il loro sviluppo capitalistico data da un tempo più lungo. Il capitale finanziario, moltiplicatosi con le sue ingegnerie, è divenuto ormai, con il credito, indispensabile per mantenere in vita lo stesso processo di accumulazione e per sostenere alcuni mercati solvibili di consumo, decisivi per tutta la produzione mondiale. Il suo potere si esercita, inoltre, con la violenza diplomatica e militare. Per affrontare una crisi dell’accumulazione, che perseguita da decenni l’intero sistema, deve incrementare ulteriormente la massa di profitto che si appropria. Ciò comporta la necessità di aumentare l’estorsione di plusvalore dai lavoratori di tutto il mondo, ma a anche di centralizzare a sé tutti i profitti. La centralizzazione si traduce, in Occidente, in un attacco durissimo oltre ai proletari, alle piccole imprese, ai ceti medi proprietari e cognitivi, e per il resto del mondo nel tentativo di ridurre le pretese – se possibile annullarle del tutto – di stati che cercano di trattenere per sé maggiori quote di profitto per finanziare un proprio sviluppo e per evitare l’esplosione di conflitti sociali.
Russia e Cina sono riuscite negli ultimi decenni a compiere passi, modesti ma reali, di accumulazione in proprio, con cui migliorare anche le condizioni delle proprie classi sfruttate (che non hanno mai messo di battersi!). Ciò è stato possibile grazie al loro inserimento nel mercato mondiale, l’una come produttrice di materie prime, l’altra come officina del mondo. Questa loro risalita non è stata ritenuta più tollerabile dagli imperialisti occidentali. Ogni quota di profitto trattenuta da loro è una quota di profitto sottratta al grande capitale occidentale. Questo è l’incubo che agita Wall Street, Washington, Londra, Tokio, Berlino, Roma, ecc. Non la paura della Cina, col supporto russo, possa sostituire gli USA (è l’Occidente imperialista) nel dominio mondiale. Questa è una sonora stupidaggine che non ha alcun fondamento reale sul piano finanziario, economico, politico, militare. È solo un argomento di propaganda agitato per suscitare la paura del proletariato occidentale sulla minaccia di nuovi e più paurosi mostri, cui possono dare credito solo certi sinistri, “antagonisti” e “comunisti” abituati a prendere per buone le panzane distribuite dalle grancasse capitalistiche, governative e mediatiche per disciplinare proletari e ceti medi da spolpare.
Il ricatto che l’Occidente imperialista scaraventa sulla Russia è: se vuoi stare nel mercato mondiale devi starci alle nostre condizioni, rinuncia a un proprio sviluppo industriale, svendi le materie prime. Ovviante se applicasse queste condizioni ci sarebbe una miseria crescente tra le masse proletarie e contadine.
La Russia capitalista non vuole e non può rinunciare al mercato mondiale, ma deve provare a modificarne la struttura, cercando di elevare la sua quota di profitti per finanziare un maggiore sviluppo in termini di industrialismo, produttività agricola, autonomia finanziaria, creando, con ciò, anche le condizioni per una maggiore e durevole stabilità sociale al proprio interno.
Per difendersi, in questo momento di acutizzazione dello scontro, la Russia è costretta a cercare mercati alternativi, che, in buona parte, sta effettivamente trovando. Tutto ciò conduce alcuni analisti a sostenere che ormai siamo entrati in una fase di “deglobalizzazione” con la formazione di due blocchi mondiali, l’uno intorno a USA/Europa, l’altro a Cina/Russia. Altri analisti sostengono che è iniziata l’era del “multipolarismo”, in cui ogni paese vedrà riconosciute le proprie le proprie esigenze senza subire più il dominio di qualche potenza egemone. Tutte queste tesi sono delle autentiche illusioni ottiche. Il capitale finanziario e l’imperialismo che vi è collegato non possono rinunciare ad appropriarsi della massa di plusvalore prodotto in ogni singolo angolo del mondo. D’altro lato nessun paese capitalista, debole e forte, può, ormai, fare a meno del mercato mondiale per sostenere e sviluppare i propri livelli di produzione di materie prime, e, ancora di più, di prodotti e servizi. La “deglobalizzazione” o il “multipolarismo” potrebbero, perciò, affermarsi al più per un limitato periodo di tempo, in cui, però, inevitabilmente, tutte le condizioni per un nuovo violento scontro bellico mondiale.
Il coinvolgimento nel mercato mondiale costituisce, quindi, un vero punto di debolezza per la Russia capitalista. Non può farne a meno, e, perciò, conduce la sua lotta con la prospettiva di un compromesso con chi lo domina. Chi lo domina, però, non può più tollerare alcun compromesso anzi ha la necessità urgente di revisionare al ribasso quelli tollerati finora.
Tutto ciò nasce dal fatto che dalla metà degli anni Settanta è cominciata la crisi generale del capitalismo, crisi che nel 2007/2008 ha avuto una sua accentuazione.
Una crisi da cui il capitalismo non è mai realmente uscito, anzi, essa è stata affrontata creando nuovo debito e alimentando ulteriormente le gigantesche bolle finanziarie.
Contemporaneamente si è proseguito nell’attacco alle conquiste sociali come le pensioni e la sanità pubblica, si è definitivamente smantellata la rigidità del mercato del lavoro attraverso la precarizzazione diffusa e l’incremento dello sfruttamento operaio, mentre i salari regredivano. Ma tutti questi provvedimenti non sono stati sufficienti a dare un vero nuovo slancio all’economia e a rimpinguare di profitti la mostruosa massa di capitale finanziario esistente.
In un articolo pubblicato nell’ottobre 2014 su Affari e finanza (il settimanale di economia e finanza di Repubblica) del quale si desume che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), alla fine del 2013 le attività finanziarie sull’intero globo assommavano a 993 bilioni di dollari (993 mila miliardi) mentre il prodotto lordo mondiale (World Bank) si attestava sui 75 milioni di dollari (75 mila miliardi). In altre parole, il capitale finanziario, era 13 volte il prodotto della economia “reale” (cioè dell’insieme dei beni materiali e dei servizi prodotti sul pianeta).
Tenuto conto che la forza lavoro mondiale assomma a circa 3 miliardi e 415 milioni di persone (World Bank, 2016) le due cifre sopra riportate che ogni lavoratore del globo (da 15 anni in su):
- Produce annualmente beni c/o servizi per un valore (venduti dai produttori) circa 21.962 dollari;
- Ed è personalmente “sovrastato” da una “nuvola” di 290.776 dollari che vorrebbero trovare un impiego profittevole (per i capitalisti che ne detengono i titoli), ma che non lo trovano nelle condizioni attuali di funzionamento del modo di produzione capitalista (stante il grado di sviluppo raggiunto dalla composizione organica del capitale a livello mondiale).
Dall’articolo sopracitato si desume anche che, secondo stime della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di quei 993 mila miliardi di dollari:
- 283 mila miliardi sono finanza primaria, ovvero azioni, obbligazioni e attivi bancari;
- Mentre 710 mila miliardi di dollari sono prodotti costituiti da prodotti derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, dei quali solo una piccola quota è legata a transazioni che hanno a che fare con l’economia reale. Il grosso sono scommesse: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie, sull’andamento degli azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese.
Nella tabella seguente, riepiloghiamo i dati citati sopra:
Economia reale capitalista e capitale finanziario. Anno 2013
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Miliardi di dollari |
% sul totale |
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PIL |
75.000 |
7,0 |
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FINANZA PRIMARIA |
283.000 |
26,5 |
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DERIVATI FINANZIARI |
710.000 |
66,5 |
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TOTALE CAPITALI |
1.068.000 |
100 |
Da questi dati si deduce che l’economia reale capitalista (quella che si produce beni e servizi) è sovrastata è schiacciata da una massa enorme di capitali in cerca di una valorizzazione adeguata agli appetiti dei capitalisti.
Mentre l’economia reale produce continuamente profitti che vanno ad aggiungersi alla massa dei capitali eccedenti le possibilità di impiego nell’economia reale stessa al grado attuale di sviluppo della composizione organica del capitale diminuiscono.
Proviamo a dare le conclusioni politiche di questa analisi. Nel 2013 i capitalisti vantavano un capitale di circa un milione di miliardi di dollari USA. Nelle mani dei capitalisti, il denaro non è mezzo di scambio d’acquisto, ma capitale e quindi ognuno dei capitalisti, vuole che il suo capitale renda, anche se lui “non si sporca le mani” nella produzione di merci. E infatti di anno in anno la massa del capitale vantato dai capitalisti aumenta. Ormai (da quando nel 1971 Nixon abolì la convertibilità del dollaro in oro) il denaro mondiale è tutto fiduciario, i banchieri centrali creano denaro e il denaro è capitale da valorizzare.
Di fronte a questo sta una produzione annua di merci (beni e servizi) che, nonostante tutte le misure messe in atto per aumentarla moltiplicando i bisogni e riducendo la vita dei beni messi in circolazione, nel 2013 ammontava solo a 75 mila miliardi di dollari. Per quanto ogni capitalista produttore di merci sprema i suoi lavoratori (che però sono anche i clienti), i capitalisti da qui ricavano una massa di profitti che è solo una frazione dei 75 mila. Infatti in questi sono compresi anche i salari e il capitale costante (mezzi di produzione consumati e materie prime). È quindi evidente che col passare degli anni i capitalisti hanno sempre più difficoltà a valorizzare il loro capitale con i profitti che ricavano dall’economia reale (la produzione di merci). Ma, a parte i “risparmiatori” che ci rimettono le penne (le crisi bancarie e di borsa sono ricorrenti), l’oligarchia finanziaria, ha i mezzi (il denaro, la posizione politica e sociale e l’intraprendenza) per muovere mari e monti perché il suo capitale renda. Quando nella sezione terza (capitali 13, 14 e 15) della sezione terza de Il Capitale Marx illustrò le crisi per sovrapproduzione assoluta (cioè riguardante tutti i settori dell’economia) in cui il capitale sarebbe incappato, egli indicò anche alcune controtendenze che avrebbero frenato il cammino. Ne enumera ben nove. Tra esse indicò anche l’aumento del capitale azionario (grosso modo una parte di quello viene definita finanza primaria), ma non mise però lo sviluppo illimitato del capitale finanziario (una buona parte della finanza primaria) e speculativo (principalmente i derivati finanziari). Cosa del tutto comprensibile, dato che Marx illustrava un futuro a cui la società borghese sarebbe approdata se la rivoluzione socialista non avesse posto fine ad essa. Engels nelle Considerazioni supplementari scritte nel 1895, quindi trent’anni dopo che Marx aveva scritto la sezione sulla sovrapproduzione assoluta di capitale, accenna allo sviluppo del capitale speculativo che già alla fine dell’Ottocento aveva assunto un ruolo rilevante, ma di denaro mondiale fiduciario ancora neanche si parlava. Noi oggi ci troviamo in una situazione in cui il corso delle cose è determinato proprio dall’eccedenza di capitale: una massa enorme e crescente di capitale che deve valorizzarsi senza direttamente “sporcarsi le mani” nella produzione di merci. Per quanto grande sia la massa dei profitti che i capitalisti estorcono all’economia reale, essa non basta a soddisfare la fame di profitto di tutto il capitale; mentre la grandezza del capitale complessivo non fa che crescere, l’economia reale diventa una porzione sempre minore di esso. D’altra parte la valorizzazione del proprio capitale è per ogni capitalista la legge suprema, quella che determina il comportamento di tutti i capitalisti e delle loro autorità (chi non sta al gioco al gioco, viene scartato: “siamo in guerra” disse qualche anno fa Marchionne).
Tornando al conflitto russo-ucraino, la Russia capitalista può guerreggiare fino un certo punto, essa è pronta a sancire un compromesso, che sarà pagato soprattutto dalle sue classi sfruttate. Queste (e buona parte di quelle ucraine, sicuramente nelle zone russofone) sostengono lo sforzo bellico del paese, in quanto sono perfettamente consapevoli che lasciano spazio ai progetti occidentali vorrebbe dire essere ricacciate agli anni terribili di Eltsin o del Maidan occidentalista, anzi molto peggio. La prospettiva che, però, le si para davanti porrà all’ordine del giorno la necessità di introdurre un proprio protagonismo.
Anche se la Russia, infatti, uscisse vincente in Ucraina, cosa probabile, dovrebbe affrontare uno scontro ancora più duro. La necessità capitalistica di non poter fare a meno del mercato mondiale costituirà per essa una pesante palla al piede. Perciò la prospettiva che si apre è: o la Russia cede, con conseguenze drammatiche per il suo proletariato, o la guerra totale. Nel primo caso il proletariato – vistosi tradito dai cedimenti dello stato – sarebbe chiamato ad assumere direttamente sulle proprie spalle l’onere della lotta contro l’imperialismo, e però, dovrebbe necessariamente rifiutare la palla al piede del coinvolgimento nel mercato mondiale capitalistico, e dunque ricercare, per la necessità pratica di riproduzione delle propria vita, modi diversi dal capitalismo (qualcosa di simile alla Comune di Parigi del 1871), ponendo, con ciò, la potenzialità di divenire, per la seconda volta nella storia, un esempio vivo per tutto il proletariato mondiale, questa volta però, senza la zavorra della prima, di partire cioè da condizioni economicamente arretrate e scarso sviluppo delle forze produttive. Nel secondo caso dovrebbe necessariamente lottare per difendere la propria vita dalla minaccia distruttiva di una guerra totale mondiale. In questo secondo caso, tuttavia, è molto difficile che un’iniziativa contro la guerra mondiale del capitale possa svilupparsi a partire dalla sola Russia. Ci sarebbe bisogno che analoghi segnali di rottura del fronte tra le classi si aprissero anche e soprattutto, in Occidente. Da questo lato i segnali sono, per ora, del tutto assenti, se persino coloro che annunciano pomposamente la volontà di lottare contro la “guerra del capitale”, recitare le rituali declamazioni, si dedicano poi a esercizi di funambolici contorsionismi per addebitare alla Russia le responsabilità del conflitto in Ucraina o per mettere sullo stesso piano Russia e Occidente imperialistico.
In Occidente il conflitto con la Russia sta generando le prime contraddizioni. Queste non riguardano gli obiettivi, ma la ripartizione di vantaggi e svantaggi, per adesso nella conduzione della guerra, in seguito i benefici di un’eventuale vittoria. L’esclusione della Russia dal mercato mondiale, anche se provvisoriamente dal solo mercato occidentale, produce, infatti, danni enormi all’economia europea e molto inferiori agli USA. Gli USA, anzi, ne hanno da guadagnare con la vendita delle armi e delle risorse energetiche e con il fatto che i maggiori costi per l’economia europea gli danno una possibilità di rilanciare la competitività della propria produzione industriale.
Questi due elementi stanno suscitando resistenze nei settori capitalistici europei legati alla produzione industriale. I problemi sono molteplici e la quadratura del cerchio non molto agevole, forse impossibile. Per il capitale finanziario che domina essenzialmente negli USA, e per gli stessi USA (che sono esposti molto pericolosamente a gravi crisi sociali) come entità statuale è indispensabile incrementare la centralizzazione dei profitti a proprio maggiore vantaggio, riducendo anche le quote degli alleati. Anzi, più è difficile contrastare la Russia (e la Cina) nelle velleità di risalita, e più, per il capitale finanziario e per gli USA, è irrinunciabile aumentare la pressione anche sugli alleati, oltre che sul resto del mondo. Per gli alleati, il dilemma è shakespeariano. Hanno forte bisogno che gli USA conservino il potere di stabilizzare il mondo, perché questo include la loro possibilità di appropriarsi di profitti ovunque prodotti e conservare proprie aree di dominio, mentre non vorrebbero svenarsi per sostenerli. Come già detto, tuttavia, queste contraddizioni non sono in grado di produrre serie spaccature nel fronte occidentale, almeno fino a quando non dovesse irrompere un forte conflitto di classe. Sono costretti a rimanere, perciò, abbracciati a lungo, e a cercare di affrontare insieme la fase complicatissima che si apre, tra crisi economica e crisi belliche.
La scarsità di materie prime e l’incremento dei prezzi indotti dalle sanzioni per espellere la Russia, fata la tara sulla ripartizione dei danni, provocherà comunque a tutta l’economia reale una crisi devastante. Si cercherà, ovviamente, di salvare quanto il più possibile il capitale finanziario con l’immissione monetaria a tasso zero per motivi bellici, dopo averlo salvato per motivi pandemici e quando ciò non sarà più possibile, si cercherà di passare a una fase di gonfiamento controllato e pilotato delle bolle ai danni dei piccoli risparmiatori e degli Stati che continuano a ingrossare i debiti pubblici e, ancora di più, e dei paesi oppressi dalla tirannia dei crediti occidentali.
Ma le classi sfruttate e i ceti medi, proprietari e cognitivi, saranno sospinti in condizioni di vita e di lavoro sempre più povere e dure, con una crescita esponenziale della disoccupazione e della precarietà.
Il rischio per le classi dominanti, di acuti conflitti sociali diviene sempre più alto.
Per affrontare questa crisi, da anni, negli organismi che raccolgono rappresentanti del grande capitale e i think tank al loro servizio, si discute e si pianificano scenari adeguati ad affrontare questa situazione di crisi semi-permanente per superare gli affanni cronici dell’economia, ma soprattutto per controllare le possibili conseguenze sociali, dovute tanto al pieno dispiegarsi di una nuova crisi, quante alle misure previste per ridare fiato alla ripresa economica. Il rapido processo di digitalizzazione, insieme all’applicazioni dell’Intelligenza Artificiale e della robotica, sono destinati a realizzare un sistema sociale assolutamente inedito in cui la schiavizzazione dell’essere umano (proletari, sottoproletari, ampi settori della piccola borghesia) raggiungerà livelli del tutto nuovi. Tutto ciò, attraverso gli incredibili aumenti di produttività ottenibili, sta già provocando un enorme massa di disoccupati, determinando un’ulteriore frantumazione del mercato del lavoro e la diffusione di condizioni lavorative ancora più precarie, consentendo un’intensificazione nell’uso dell’uso della forza-lavoro senza precedenti.
Non ci troviamo perciò di fronte a uno dei tanti processi di ristrutturazione del capitalismo, ma ad una vera e propria profonda trasformazione volta a creare un controllo centralizzato della ricchezza e del potere politico del tutto inaudito. Nei progetti di alcuni dei più analisti e sostenitori di tale trasformazione ci si spinge fino a mettere in discussione lo stesso concetto di uomo-macchina che viene visto come il fulcro dell’avvento di un’era nuova, in cui l’umanità supererebbe i limiti fisici dettati dalla natura vivente.
Tali necessità e progetti capitalistici hanno subito una rapida accelerazione per il prospettarsi di una ulteriore accelerazione, dopo quella del 2008, della crisi.
Alle classi dirigenti delle potenze delle potenze imperialiste del pianeta era chiaro che si stava entrando in un’accelerazione della crisi, la recessione che ne sarebbe derivata sarebbe stata peggiore di quella del 2008, e pertanto serviva innanzitutto un colpevole su cui far ricadere la responsabilità della crisi economica: se nel 2008 la colpa della crisi veniva fatta ricadere negli speculatori malvagi, sulle banche ecc., oggi questa crisi potrà diventare, grazie a questa abile manovra internazionale, la “crisi economica causata dal coronavirus”. Da questo punto di vista diventa secondario, anche se non irrilevante, stabilire le origini e le cause del virus. Quello che conta è l’utilizzo che ne è stato fatto, che ha prodotto, un salto di qualità nel controllo sociale da parte del potere borghese, da ottenere, appunto, attraverso la gestione autoritaria dell’emergenza, per abituare fin d’ora lavoratori e masse popolari a comportamenti caratterizzati dall’obbedienza, pena l’emarginazione. Il dominio del capitale sulla forza-lavoro, che deve estendersi ad ogni aspetti della vita dei salariati (e non solo).
In nome dell’emergenza pandemica, non solo si affinano i dispositivi per rendere stabili e permanenti il disciplinamento ed il controllo sociale, ma si predispongono anche i mezzi economici e finanziari per implementare accelerando i tempi, la nuova ristrutturazione economica e sociale con l’iniezione di nuovi capitali (attraverso il Recovery Fund europeo in Italia declinato nel PNRR) per aumentare la produttività (Industria 4.0, robotizzazione, telemedicina ecc.) e tagliare ulteriormente i settori non produttivi di profitto (si veda ad esempio la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione). Da tale ristrutturazione saranno ulteriormente e violentemente investiti anche i settori artigianali e del piccolo commercio, attraverso la digitalizzazione spinta destinata a rendere proibitivi i costi per stare sul mercato, favorendo in questo modo una ulteriore centralizzazione del capitale e una massiccia polverizzazione e impoverimento di ampi strati di piccola borghesia.
Più aumenta la crisi e più lo stato imperialista dominante (gli USA) diventa aggressivo per cercare di mantenere la sua supremazia- militare in funzione dei profitti della sua borghesia, più aumentano le tensioni tra i paesi imperialisti concorrenti per assicurarsi quote di profitto sui mercati mondiali e più la guerra commerciale tra gli imperialisti concorrenti tende a trasformarsi in guerra per la spartizione dei mercati mondiali.
Per affrontare la gestione delle politiche emergenziali bisogna affrontare la questione dei caratteri di fondo del rapporto tra capitalismo e Stato nei paesi imperialisti, che nella sostanza vuol dire considerare il Capitale Monopolistico di Stato (CMS) e lo Stato moderno, siano connessi indissolubilmente, ma come nello stesso tempo non risultino coincidenti. Il CMS è il cuore e la testa dello Stato moderno che si potrebbe definire Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS). Quest’ultimo è una sorta di involucro amministrativo e burocratico-militare che contiene la “società civile” al cui interno risultano posizionate, sul piano politico e ideologico ma in stretta connessione con la loro natura economico-sociale, le restanti classi e frazioni di classi (quelle appunto non coincidenti con la borghesia monopolista). Dal SCMS sono ovviamente esclusi il proletariato e le masse popolari.[7]
Il capitale finanziario[8] si fonde con i centri della burocrazia, dell’esercito e degli apparati repressivi, diventando così Capitale Monopolistico di Stato (CMS). Questa forma di Capitale rappresenta la borghesia monopolistica di Stato, ossia l’alta borghesia, che comprende l’insieme delle frazioni economicamente, politicamente e militarmente dominanti sul proletariato e sulle masse popolari ed egemoni rispetto alla media e alla piccola borghesia privilegiata (comprendente anche l’aristocrazia operaia e dei servizi).
Ci sono delle situazioni più o meno rilevanti del CMS di un determinato Stato-nazione che sono strettamente collegati al capitale imperialistico internazionale ed eventualmente ne rappresentano al proprio interno, in forme mediate, gli interessi.
Sulla base economica-burocratico del dominio del CMS si sviluppa il Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS). Conseguentemente la media e piccola borghesia privilegiata, ossia i diversi settori imprenditoriali non monopolistici della borghesia, compresi gli strati intermedi della burocrazia statale, l’aristocrazia operaia e dei servizi ecc. si posizionano sul piano politico, ideologico ed egemonico, in stretta connessione con il loro carattere d i loro interessi economici-sociali, all’interni del SCMS, in questo modo, in posizione subordinata al CMS, vanno a occupare questo o quell’insieme di spazi e di posizioni di potere (un ruolo importante è svolto quindi in questo quadro dai processi di impiego, programmazione, ripartizione e ridistribuzione del flusso di denaro pubblico)[9]. Tutta l’attività economica, politica, culturale e sociale è quindi subordinata al CMS.
Lo Stato interviene quindi in base a questi interessi in cui tutti gli aspetti fondamentali della vita pubblica e privata delle masse popolari. Assumono un carattere e un ruolo i cosiddetti servizi sociali pubblici (Stato Sociale), questo soprattutto dopo la prima guerra mondiale imperialiste e soprattutto dopo la crisi del ’29.
Dopo il crack della Borsa del 1929, si potenziò l’intervento dello Stato nell’economia sia negli U.S.A. che in Europa.
Questa tendenza dell’intervento statale nella direzione dell’economia diventa permanente e sempre più massiccio; si afferma così in tutti i paesi la tendenza alla trasformazione in proprietà dello Stato di interi settori dell’industria e al dirigismo statale.
Questa tendenza al capitalismo di stato non cambia i rapporti di produzione, non rappresenta una novità rispetto al capitalismo classico, anzi né è l’estrema conseguenza. E’ un chiaro esempio della decadenza del capitalismo. Le nazionalizzazioni, i monopoli statali ecc. non sorgono, come conseguenze della prosperità economica, ma come risposta alla crisi, come mezzi per salvare dal fallimento e perpetuare i monopoli di questo o quel ramo d’industria, il controllo dello Stato nell’economia nazionale serve a impedire, attraverso la centralizzazione delle decisioni, il tracollo del sistema sotto il peso delle sue contraddizioni.
Questi servizi pubblici sociali (come ad esempio la sanità l’istruzione, le politiche sociali ed assistenziali, il finanziamento e la gestione pubblica del privato-sociale e del Terzo Settore, ecc.) oltre a essere caratterizzati in senso classista e oltre a essere soggetti ai processi ri ristrutturazione richiesti e imposti dal CMS, sono quindi interfacciati con la macchina statale dedita all’esercizio dell’egemonia e alla gestione burocratica-militare delle contradizioni di classe. Diventano un importante articolazione del SCMS che si intreccia con i diversi interessi reazionari e le diverse rappresentano politiche di tali interessi che sussistono contraddittoriamente al suo interno.
Nell’imperialismo lo Stato di “allarga” enormemente e la “società civile”[10] che nell’Ottocento era solo una dimensione sostanzialmente parallela alla macchina burocratico-repressiva statale, diviene invece una dimensione dello stesso Stato deputata alla gestione dell’egemonia. La “società civile”, che a sua volta è soggetta ad un processo di ampliamento, si ritrova così ad operare strettamente legata alla macchina burocratico-militare, in funzione della conciliazione forzosa della lotta di classe. Lo Stato moderno si sviluppa come una gigantesca macchina burocratica, egemonica e militare. Una parte anche rilevante, sotto il profilo quantitativo, della società viene in questo modo foraggiata dal proletariato e dalle masse popolari. I redditi di questa parte della società possono essere fatti rientrare nelle “rendite”. Considerato che la società civile è strettamente connessa e intrecciata con svariati strati borghesi e piccolo borghesi privilegiati (compresa l’aristocrazia operaia e dei servizi) che, sotto il profilo politico e ideologico, si “posizionano al suo interno”, ne deriva che tali strati le “rendite” provenienti dalla spesa pubblica si legano inscindibilmente con altre fonti di guadagno derivanti direttamente o indirettamente dallo sfruttamento dei lavoratori.
Nel momento in cui i servizi sociali pubblici o di interesse pubblico diventano un’articolazione del SCMS vengono ad assumere una particolare importanza egemonica e quindi, nel complesso, statale. Questo significa che lo scarto tra il livello di copertura da parte di questi servizi e la richiesta effettiva che sorge sulla base delle necessità sociali, ossia fondamentalmente delle necessità delle masse popolari, rischia di alimentare una crisi egemonica più o meno rilevante. Nella crisi generale del capitalismo e in particolare nella fase che si aprì nella metà degli anni Settanta, le risorse che le classi dominanti erano disposte a trasferire per la copertura dei servizi sociali pubblici risultano ancora minori a fronte di un bisogno crescente delle masse popolari sempre più colpite dalla crisi. Ne derivò che a partire a tale terreno si aprì la tendenza allo sviluppo sempre più profondo di una crisi egemonica di rilevante portata nel rapporto tra governanti e governati.
Il sistema della rappresentanza democratico-borghese, che nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento aveva potuto svilupparsi relativamente nei principali paesi europei, nell’epoca dell’imperialismo viene sostituito in questi stessi paesi da istituzioni e ordinamenti statali[11] di tipo burocratico-corporativo[12]. Si tratta di istituzioni al servizio del CSM, che operano sia per la gestione delle contraddizioni inter borghesi relative ai vari strati privilegiati di piccola e media e borghesia, sia per conciliazione forzosa delle contraddizioni di classe. Queste istituzioni sono di carattere burocratico-reazionario e possono assume una forma fascista o liberale-costituzionale (repubbliche costituzionali successive alla seconda guerra mondiale) o di carattere intermedio o di transizione (sistema maggioritario, governo dei tecnici, presidenzialismo) ecc. Con il sistema burocratico-corporativo si accentua la comprensione egemonico-poliziesca del conflitto di classe.[13] Si apre così una prolungata caratterizzata strutturalmente da quella che si potrebbe definire una “guerra di posizione reazionaria”. In conseguenza di tutto questo lo Stato moderno può essere definito come uno Stato imperialistico burocratico corporativo. Questo processo ha assunto forme ancora più reazionarie e burocratiche nei paesi europei relativamente marginali come l’Italia e la Spagna che non hanno conosciuto una fase propriamente e classicamente liberale. In Italia è avvenuto principalmente dal ruolo che ha avuto lo Stato piemontese burocratico nel processo unitario e nel perdurare del potere del Vaticano.
Il rapporto di rappresentanza tra istituti statali burocratico-corporativi, personale politico di governo, partiti di potere da un lato e strati, settori e frazioni della borghesia dall’altro, muta profondamente con il passaggio dalla fase ottocentesca del liberalismo e della democrazia borghese alla fase del dominio dell’imperialismo del Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato.
Nella fase ottocentesca gli istituti statali (parlamenti, monarchie costituzionali, ecc…) e con essi le classi politiche di governo e di partiti di potere, in quanto rappresentativi degli interessi di questa o quella frazione della classe dominante o di determinato equilibrio tra le diverse frazioni,[14] erano subito anche il cuore e la testa politica e strategica del sistema statale borghese. In tal modo istituti quelli parlamentari e, in modo più complesso, come quelli monarchico-costituzionali con i relativi borghesi, erano dei veri centri di mediazione tra gli interessi dei diversi strati e delle diverse frazioni della classe dominante.
Con l’affermazione dell’imperialismo e del sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato tutto questo muta profondamente e gli istituti corporativo-burocratici che sono andati a costituirsi, i partiti di potere, il personale di governo, i governi di volta in volta in carica, ecc. vengono derubricati al ruolo di organismi di intermediazione, insomma vengono ridotti a strutture di servizio delle frazioni dominati della borghesia.
Sono adesso queste ultime che si costituiscono direttamente come cuore e testa del potere economico, politico e militare,[15] centro di potere decisionale e livello strategico esterni e quindi al di sopra dei partiti, dei governi, dei regimi e delle differenti tipologie degli istituti burocratico-corporativi.[16]
La società civile non è solo deputata all’esercizio dell’egemonia sul proletariato e sulle masse popolari in funzione degli interessi di fondo e della strategica del CMS ma, sempre in funzione di tali interessi, è anche tenuta a garantire un certo equilibrio tra i vari settori reazionati della piccola e media borghesia. Se la società civile con i suoi istituti burocratico-corporativi, i partiti di potere e di governo, i sindacati riformisti che teorizzano e praticano la collaborazione di classe, ecc. non riesce ad assolvere adeguatamente entrambi questi due compiti, allora si sviluppa la crisi egemonica e inizia l’ascesa di una nuova classe politica di governo, e un processo, più o meno pronunciato, di transizione verso un differente sistema di rappresentanza.
Si tratta di un processo che non può risultare più o meno complesso e conflittuale.[17] Non è quindi affatto detto che il passaggio di testimone nelle mani di una classe politica di governo più apertamente fascista debba avvenire a causa di una risposta capitalistica a un alto livello di conflittualità politica e di classe. Questo passaggio può avvenire anche semplicemente a causa di un livello di concorrenzialità interna tra gli strati reazionari di piccola e media borghesia che finisce per divenire ingestibile per una determinata classe politica di governo la quale, viene più o meno bruscamente ridimensionata o addirittura licenziata ad opera del CMS.
Quello che distingue l’Italia dai principali paesi europei e dal Giappone è il fatto che l’Italia è un paese imperialista “debole” e di tipo “marginale”. Per capire i motivi di questa diversità e per comprendere le rilevanti conseguenze che ne derivano è necessario partire dalla considerazione della maggiore arretratezza economica dell’Italia.
Nel gruppo dei principali paesi imperialisti come la Gran Bretagna a differenza che in Italia, l’accumulazione del capitale industriale è stato il motore centrale dello sviluppo economico e del relativo superamento di produzione semi-feudale nelle campagne. Il ruolo dello Stato, in tutta una prima decisiva fase di questo processo, è consistito nell’operare per garantire la cornice giuridico-istituzionale più favorevole alla riproduzione dei rapporti capitalistici. Sulla base dell’accumulazione generata dal capitale industriale si sono sviluppati istituti finanziari strettamente collegati all’industria. Per tutta una fase prolungata la libera concorrenza tra le varie imprese industriali, non influenzata da un diretto intervento statale, ha favorito la selezione tra le imprese accelerando i processi concentrazione e centralizzazione, con conseguente eliminazione delle imprese meno produttive. In questo modo si è arrivati alla formazione di una robusta struttura economico-finanziaria fondata sulla grande e sulla media industria e quindi alla costituzione dei classici monopoli industriali e finanziari. Sulla base di questi monopoli durante la prima guerra mondiale si è appunto determinata la nascita del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMS) tipico dei paesi imperialisti industriali e, in seguito alla crisi degli anni Trenta della seconda guerra mondiale, del sistema complessivo del Sistema Capitalismo Monopolistico di Stato (SCMS).
L’Italia e probabilmente la Spagna hanno invece seguito un percorso diverso e, pur diventando paesi imperialisti, hanno dovuto fare i conti con alcune modalità tipiche dei paesi a capitalismo dipendente e a capitalismo burocratico. La diversità tra l’Italia e la Spagna consiste essenzialmente nella differenza quantitativa e qualitativa relativa a tali modalità. La Spagna si ritrova inscritti alla propria economia e nel proprio Stato i segni del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico in misura significativamente più accentuata che nella stessa Italia.
L’Italia non si è quindi sottratta compiutamente ai destini dei paesi a capitalismo dipendente. Solo per il rotto della cuffia è riuscita nei primi anni del Novecento a cogliere le ultime possibilità di entrare nell’ambito delle potenze imperialiste poco prima che l’imperialismo si affermasse organicamente su scala mondiale. Dopo tale affermazione, infatti, l’avvenuta affermazione infatti del mondo ha determinato ovviamente la costituzione di una insuperabile barriera di ingresso,[18] che ha condannato i paesi non imperialisti alla condizione del capitalismo dipendente e del capitalismo burocratico.
L’Italia è entrata nell’ambito delle potenze imperialiste come ultima ruota del carro, non come un paese subordinato all’imperialismo ma come un paese imperialista marginale, un paese capitalista se non dipendente di certo “semidipendete” sul piano finanziario, fortemente condizionato dalle potenze imperialiste più forti, prima la Francia all’epoca dell’Unità d’Italia, poi la Germania, quindi la Francia e la Germania simultaneamente, quindi ancora la Germania e, dopo la seconda guerra mondiale, gli USA in particolare e di nuovo le altre le altre potenze europee.
L’idea comune secondo cui la rottura dell’Unione Europea libererebbe l’Italia da questa condizione di semi-dipendenza è mistificante perché confonde la questione dei caratteri strutturali assunti dall’imperialismo nei primi anni del Novecento con la questione dell’esistenza della Comunità Europea.
Anche se tale “comunità” dovesse completamente venir meno non muterebbe affatto i caratteri i caratteri dell’imperialismo italiano. Che lo voglia o no, ma in ultima analisi non può non volerlo, la borghesia italiana è oggettivamente semi-dipendente[19] dalle principali potenze economiche, in primo luogo dagli USA e dalla Germania.
La rottura dell’Unione Europea si tradurrebbe non un una minore dipendenza, ma all’opposto in una forma più diretta e accentuata “semi-dipendenza”[20]. L’idea che l’imperialismo italiano possa operare in direzione del superamento dei propri caratteri strutturali ritornando alla moneta nazionale, sviluppando una politica economica più protezionistica e introducendo elementi di autarchia economica, è semplicemente la copertura degli interessi di chi in nome di tutto questo vuole, da un lato legare ancora più strettamente l’economia italiana all’economia di questa o quella potenza imperialista (come per esempio la Germania[21]) e dall’altro, usare il nazionalismo, il protezionismo e le manovre finanziarie (svalutazione e inflazione) per fomentare il fascismo e poter trasferire ampie porzioni di reddito dagli strati popolari ai vari strati borghesi.
Per quanto riguarda l’attuale tendenza al fascismo bisogna ricordarsi che il fascismo fu totalitario. Ma bisogna precisare che il suo totalitarismo non consisteva tanto nell’abolizione della democrazia formale e nella repressione degli oppositori (che pure non lesinava violenza), ma nel sancire ideologicamente e praticamente il nesso inestricabilmente tra popolo e Stato, fissato il quale la democrazia finiva con l’essere pletorica e gli oppositori diventavano sabotatori disfattisti. La fede nello Stato non era rivolta a un ente astratto, ma a uno Stato concreto, quello fascista, ossia allo Stato diretto dal fascismo, movimento/partito attraverso il quale il popolo si affasciava come un sol uomo per perseguire la missione di ricattare la patria e sé stesso promuovendo il progresso della produzione agricola e industriale, dotandosi delle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico e delle istituzioni utili a tal scopo. Il totalitarismo popolo-partito-Stato, era sul piano storico, precondizione per realizzare il totalitarismo del capitale, che all’epoca si poneva ancora come qualcosa di esterno alla quotidianità della comunità umana (sussunzione formale), che si era appropriato, cioè di grande parte della produzione materiale, ma doveva ancora conquistare parti rilevanti e, soprattutto, doveva avviarsi a sottomettere a sé tutta la vita sociale, modellandola e funzionalizzandola completamente alla propria riproduzione. Il fascismo, infatti, si poteva permettere persino di lanciare degli strali contro il capitalismo, opponendogli le virtù del nazional-socialismo, ovvero un programma che si contrapponeva ufficialmente al capitalismo, ma praticamente solo al potere finanziario e militare dei concorrenti capitalisti (e all’egoismo anti-nazionale di capitalisti interni) che volevano bloccare il progresso dell’Italia quale paese capitalista dotato di forza propria, come cercavano la Germania, che potenza capitalista in proprio lo era già divenuta.
Bisogna ricordarsi che il fascismo in Italia e il nazismo in Germania non solo hanno avuto un ruolo fondamentale per sconfiggere la rivoluzione proletaria nel cuore dell’Europa, nell’interesse del capitalismo europeo e mondiale, ma rappresentarono una decisiva spinta in avanti in termini di modernizzazione dei rapporti sociali del capitalismo e di sviluppo accelerato delle forze produttive, che senza di essi Italia e Germania non sarebbero riuscite a conseguire. Su questo secondo piano, svolsero, perciò, una funzione di supplenza di centralizzazione del capitale che per ragioni specifiche di storia recente e di debolezza delle due borghesie, non era in grado di affermarsi spentamente, potenziando e tutelando allo stesso tempo gli interessi del grosso capitale
Alla morte ufficiale del fascismo è conseguito un processo di ulteriore sviluppo del capitalismo in tutto il mondo che ha portato a un totalitarismo …. molto più totalitario del fascismo che si era sviluppato prima della seconda guerra mondiale. Attualmente il capitale per dominare le classi e i popoli oppressi non ha avuto più bisogno nella mediazione popolo-stato-Partito, ma si è affermato in proprio, trasformandosi (sussunzione reale) in rapporto sociale di produzione che si estende a tutti gli aspetti della vita sociale e individuale, immedesimandosi con la riproduzione della vita stessa. La vita batte al ritmo del capitale, se al capitale viene la tachicardia, la vita rischia… l’infarto.
Ciò, da un lato, rende il capitale potente come non mai prima, espugnando qualsiasi spinta (reale, non il chiacchiericcio anticapitalista della gran parte dell’attuale sinistra di classe) di massa a disfarsene, ma dall’altro, lo rende sommamente a rischio: per conservare la sua presa totalitaria deve essere un grado di garantire sempre le riproduzione della vita sociale e individuale. Avendo introietto che la propria vita è diretta emanazione del ritmo con cui pulsa il capitale, la massa proletaria (e l’intera società) è disposta a bere tutti gli amari calici per aiutarlo a riprendersi dai suoi momenti di difficoltà che si tratti di crisi economica o di crisi pandemica, oppure, tra poco di crisi climatica o dell’energia o degli approvvigionamenti ecc.
Oggi questo nesso capitale-vita inizia a rivelarsi problematico. Per risollevarsi dalla sua crisi, infatti, il capitale scopre che non può più garantire per quote crescenti delle masse sfruttate e oppresse la facilità della riproduzione della vita.
Oggi il totalitarismo capitalista (che si potrebbe definire benissimo anche nuovo fascismo o nuovo nazismo) ha superato quello del fascismo storico, poiché recupera e amplia l’aspetto di disciplinamento attorno allo Stato che il fascismo aveva realizzato. Torna in auge lo Stato quale unico ente capace di assicurare almeno la salute del proprio popolo, ossia della vita ridotta a pura sopravvivenza fisica, a condizione che il popolo si identifichi con lo Stato e militi a difesa delle sue scelte.
Si può parlare attualmente di ritorno al fascismo? Sì, poiché l’essenza del fascismo non se è mai andato, anzi è cresciuto come totalitarismo capitalista. Quel che con maggiore evidenza torna oggi del fascismo è il più rigido disciplinamento sociale e politico attorno allo Stato, e la conseguente maggior forza consensuale di questo a ricorrere, contro gli oppositori, a strumenti repressivi.
In questo quadro si deve vedere l’utilizzo politico dell’epidemia da parte dei governi della maggior parte dei paesi del mondo e soprattutto.
Per questi motivi la gestione politico-sanitaria della pandemia ha sviluppato un’utile esperienza per la classe dominante grazie alla costruzione di strumenti adatti allo scopo. Lo Stato ha riconquistato un ruolo, consuntosi nell’epoca neo-liberista, di rappresentante benevolo della comunità nazionale e ha potuto assumere misure di controllo sugli individui e di disciplinamento sociale prima inimmaginabili. Ciò è stato possibile perché la maggioranza della popolazione ha avvertito il rischio di morte per causa di un virus, accettato l’esistenza di un’emergenza per la propria vita e ha trovato, quindi, necessario delegare allo Stato, al grande capitale, alla sua scienza e alla sua tecnica, la propria salvezza e la propria salute.
A causa, perciò, di un’emergenza oggettiva è apparso come necessario:
1) Cedere allo Stato i propri diritti e la propria autonomia di vita, consentendogli di decidere quali cure e trattamenti farmacologici o meno introdurre nei propri corpi;
2) Accettare molteplici forme di disciplinamento e una generale comprensione del livello di vita e dei consumi;
3) Accettare un’estensione dei poteri di controllo degli apparati tecnologici e soprattutto dello Stato.
Questo paradigma è destinato a segnare la fase storica appena iniziata: emergenza riconosciuta come oggettiva che attenta alla vita dell’individuo e provoca la cessione di potere dello Stato e alla tecnocrazia del grane capitale come una necessità per la difesa della propria nuda vita. Di emergenza in emergenza attraverso una crisi epocale del capitale, che non si sa come risolvere, ma che bisogna evitare (da parte della classe dominante) che si trasformi in crisi sociale e politica che potrebbe mettere in questione le basi stesse del rapporto di capitale.
Non è finita, perciò, dopo l’emergenza pandemica, inizia quella bellica, e con essa l’emergenza (provocata dalle sanzioni non dalla guerra) degli approvvigionamenti di energia, materie prime e alimenti, in cantiere è già pronta l’emergenza climatica, con il suo nemico dichiarato dalla solita scienza: l’anidride carbonica. Ogni volta i soggetti in grado di risolvere o contenere l’aggressione sono lo Stato, supportato e guidato dal grande capitale e dalla sua presunta capacità di risolvere il governo degli uomini e della natura con la governance tecnocratica esercitata con algoritmi.
Ognuna delle emergenze, e la loro combinazione, sono occasioni per perfezionare gli strumenti di disciplinamento sociale avviati con la pandemia. Per affrontare le carenze energetiche, alimentari, per salvare il mondo dalla CO2, per tenere sotto controllo l’esplosiva massa di capitale fittizio, diverranno, infatti, ancora più indispensabili per il “bene di tutti” il controllo pervasivo dello Stato, il controllo reciproco tra i cittadini e la diffusione delle tessere versi.
Il fulcro di questo sistema di controllo e disciplinamento è l’Identità Digitale (ID), un portafoglio di dati personali per verificare la conformità di ciascuno ai comportamenti disposti dallo Stato per perseguire il presunto bene comune. L’ID è l’obiettivo ultimo del Gren Pass e dei passaporti vaccinali, utile all’immediato futuro anche per il razionamento del cibo, la moneta digitale, il reddito di base universale, l’accesso a Internet, il controllo delle relazioni sociali, dell’attività sindacale e politica, ecc. Per esso va completato il percorso di acquisizione dati: dati biometrici, cartelle cliniche, finanze, abitudini di consumo, e l’intero arco delle esperienze umane devono essere archiviate su un database inter-operabile. E va completata la diffusione di 5G e 6G. I problemi da risolvere sono, quindi, ancora enormi, ma, intanto di emergenza in emergenza si fanno passi in avanti verso un disciplinamento totalitario.
I caratteri di questo progetto sono ormai chiaramente delineati non solo nei pensatori del grande capitale, ma anche nelle azioni e programmi di tutti i governi dell’Occidente imperialista, a partire dalla dichiarazione di pandemia. Con essa si delinea un nuovo totalitarismo che super e perfeziona quello realizzato dal fascismo e dal nazismo. Ora come allora non si tratta di una pura e semplice dittatura che si impone col solo ricorso alla violenza, che viene riservata solo a chi resiste e si oppone apertamente. Ora come allora sono in atto meccanismi che tendono a guadagnare il consenso di parti rilevanti delle popolazioni. Ora più di allora il totalitarismo assume rilievo onnipresente in ogni aspetto della vita collettiva e individuale. Un totalitarismo con un duplice carattere: totalitarismo del capitale che si è introdotto fin dentro l’intimità di ciascuno, totalitarismo dello Stato che impone il suo comando come frutto benevolo di istanze provenienti dal basso.[22]
Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi epocale del capitale. Non risolvibile con i soliti strumenti in grado di far ripartire un nuovo ciclo di accumulazione. Il nuovo totalitarismo diviene, perciò, una necessità per affrontare il rischio di conflitti di classe a scala mondiale che potrebbero mettere in serio pericolo le basi stesse del rapporto di capitale. Il capitale ha esaurito le possibilità di stemperarlo con mediazioni formali e sostanziali, come aveva potuto fare nella fase del compromesso socialdemocratico e di quello neo-liberista. Il compromesso neo-liberista consisteva nel fatto che le classe sfruttate erano assoggettate alla crescente precarizzazione della vita e all’intensificazione dello sfruttamento, ma potevano, però, compensare almeno in parte con un generalizzato accesso al credito, facilitato dall’incremento del capitale fittizio e dalla sua necessità di trovare nuove forme di valorizzazione, e dall’illusione dell’individuo proprietario che considerava sé stesso un capitale da investire, anche nell’esercizio dell’intelligenza necessaria per sfruttare le opportunità di arricchirsi offerte dalla giostra finanziaria. Il totalitarismo diviene, inoltre, una necessità anche per il disciplinamento ai fini di un sempre più probabile conflitto mondiale.
Tutto ciò, tuttavia, difficilmente potrà realizzarsi senza profonde resistenze sociali, senza conflitti di classe, nelle mille forme in cui questi possono manifestarsi in tutto il mondo, pur dovendo affrontare condizioni terribilmente più complicate quanto a repressione, controllo e disciplinamento. Resistenze contro gli effetti della crisi economica e degli attacchi alle condizioni di vita e lavoro, contro il disciplinamento – per via sanitaria, alimentare, energetica, climatica, ecc. contro l’intruppamento bellico e le distruzioni provocate da guerre locali o totali.
Queste resistenze hanno due vie:
1) Lottare per ripristinare le condizioni quo ante;
2) Sviluppare il bisogno si superare lo stesso rapporto di capitale.
Il rapporto di capitale è uno dei vari modi con cui l’umanità ha affrontato il problema di come riprodurre la propria vita individuale e di specie. Oggi esso è dinanzi ai propri limiti storici. Dopo avere prodotto e riprodotto sé stesso ma fornito, nel bene e nel male, anche la riproduzione della vita umana, inizia oggi a contrapporre la prima alla seconda. La sua conservazione implica ormai un arretramento della vita umana:
1) Produce una massa crescente di popolazione eccedente, inutile alla propria riproduzione e anzi di ostacolo a essa (su questo sarebbe utile ad affrontare, con cautela ma senza tabù, un’indagine sui progetti di de-popolamento, che non esistono solo nella mente malata di qualche complottista);
2) Estende la pratica di lavori con salari al di sotto della sopravvivenza;
3) Permette di riprodurre la propria vita solo si rinuncia a ogni autonomia umana e si accetta di trasformarsi in robot manipolato da remoto grazie al transumanesimo e all’uomo potenziato dalla Intelligenza Artificiale.
La crisi del capitale prepara per il proletariato e i popoli del mondo oppresso dall’imperialismo un futuro (prossimo e remoto) di miseria e di schiavitù allo Stato e al capitale.
Ma forse può svilupparsi una resistenza pratica di massa che getti le fondamenta per lo sviluppo di una reale necessità di eliminare il rapporto di capitale, di superarlo con una comunità umana di individui sociali che abolisca, non per decreto di qualche potere dittatoriale, ma come risultato di un movimento pratico – da cui solo può conseguire un moto anche politico, teorico e organizzativo – di massa internazionale, lo scambio, il salario, la moneta e lo Stato, con tutto il corollario di sfruttamento, oppressione, rapporti disumani, distruzione della vita e dell’ambiente che portano con sé.
Collettivo Comunista Metropolitano – Milano
28 maggio 2022
[1] https://www.corrierenazionale.net/oan-lo-stato-piu-popolato-dellindia-e-ufficialmente-covid-free-dopo-luso-diffuso-di-ivermectina/
https://www.meteoweb.eu/2021/08/ivermectina-contro-il-covid/1715179/
[2] https://www.limesonline.com/cartaceo/il-morbo-che-fa-rimpiangere-lurss
https://quifinanza.it/editoriali/video/sputnik-v-vaccino-russo/470953/
[4] https://www.wired.it/article/oms-trattato-pandemie/
https://www.swissinfo.ch/ita/sanit%C3%A0-mondiale_bill-gates-ha-troppa-influenza-sull-oms-/46600166
[6] Le critiche di Kissinger a Biden sono un fatto evidente delle preoccupazioni di questi settori economici
https://www.tempi.it/kissinger-critica-biden-sbagliato-ideologizzare-la-guerra-in-ucraina/
[7] Qualora si scelga di distinguere, al fine di una maggiore precisione politico-teorica, il proletariato (ossia essenzialmente la classe produttiva del plus-prodotto sociale) dalle masse popolari, queste ultime, ameno in un paese imperialista come l’Italia, sono composte da svariati settori di piccola borghesia impoverita (con condizioni di vita a grandi linee assimilabili a quelle del proletariato) e intermedia.
[8] Le grandi istituzioni bancarie e assicurative strettamente connesse ai grandi gruppi imprenditoriali industriali e dei servizi, eventualmente anche legate al capitale internazionale e, come soprattutto in Italia, affiancate da istituzioni finanziarie rappresentative di varie tipologie di rendite: urbane e agrarie; provenienti dalle catene dell’intermediazione commerciale; derivanti dai risparmi della piccola e media borghesia privilegiata; di origine statale (terzo settore e cooperative sociali, sovvenzioni e contributi a qualsiasi tipo di impresa il cui apporto risulti decisivo per l’attività e quindi vada a considerarsi come ‘impresa economica parassitaria’).
[9] In questo senso nell’imperialismo per gli strati come l’aristocrazia operaia e dei servizi, si collocano all’interno del SCMS dove, a parte i settori dominanti, lottano per migliorare le proprie posizioni cercando di utilizzare le masse popolari. Restano esclusi da tale sistema il proletariato e le masse popolari, anche se gli strati piccolo/intermedi borghesi spesso aspirano a farne parti.
[10] La “società civile” nell’imperialismo è costituita da tutti quegli organismo e da quelle istituzioni (sistemi di rappresentanza, partiti, sindacati, apparato ecclesiastico, apparati culturali, compreso la scuola e l’università, mass media, organismi sportivi, terzo settore e ONG ecc.) che a diversi livelli, interfacciandosi con vari strati borghesi intermedi, hanno il compito di gestire, direttamente o meno, la società e quindi il proletariato e le masse popolari in funzione della costruzione del consenso necessario al dominio economico, politico e militare del capitale finanziario di Stato. La società civile esercita quindi il dominio egemonico poggiando sui centri economici dominanti e sulla macchina burocratico-militare. Il suo compito principale è quello di garantire il massimo consenso possibile al capitale finanziario e ai suoi apparati repressivi. La società civile, soggetta al logoramento ciclico dei processi di costruzione del consenso, deve provvedere di volta in volta a “rinnovarsi” e quindi a contribuire a rinnovare la classe intellettuale e di governo al fine di ripristinare il consenso su nuove basi. Ciò avviene o almeno viene tentato attraverso rivoluzioni passive. Il fascismo, la socialdemocrazia, il liberalismo ecc. emergono di volta in volta come esito dell’affermazione di una determinata rivoluzionaria passiva. Le rivoluzioni passive cercano di chiudere fasi di profonda crisi economica e di acute contraddizioni politiche, sociali, e ideologiche a favore degli interessi e delle finalità strategiche del capitale finanziario. In questo modo imponendo tali rivoluzioni passive il SCMS cerca di sopravvivere, di ristrutturarsi e persino rinnovarsi, pur rimanendo in generale nella fase generale del capitalismo morente e pur preparando direttamente o in prospettiva le condizioni per situazioni critiche ancora profonde.
[11] Queste istituzioni vengono dal CMS mantenute in vita o revisionate e trasformate in rapporto:
1) Alla capacità di rappresentanza degli interessi delle necessità e delle direttive delle diverse frazioni e componenti reazionarie dominanti.
1) Alla idoneità all’esercizio di egemonia sulle masse proletarie e popolari, al fine dell’ottenimento di un sufficiente consenso.
Non si intende quindi con questo concetto necessariamente fare riferimento ai sistemi “democratici borghesi formali” come quelli parlamentari, ma comprendere eventualmente anche le istituzioni statali si transizione al fascismo, quelle apertamente fasciste ecc.
[12] Con questo termine non si fa riferimento alle grossolane teorizzazioni fatte dai fascisti italiani nei primi anni Trenta, bensì all’uso che Gramsci fece del processo di esaurimento della propensione egemonica borghese e alla sua sostituzione con un sistema di compressione egemonica e poliziesca della conflittualità politica e sociale. Si tratta di un sistema burocratico pienamente affermatosi con la trasformazione e l’esaurimento delle forme classiche della democrazia borghese dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Un sistema che paradossalmente ripresenta degli aspetti paragonabili a quelli delle monarchie burocratiche (e delle relative forme di partito, di vita politica nazionale, di classe intellettuale di potere, ecc.) di paesi come l’Italia, che non hanno mai potuto vedere una qualche fase prolungata di tipo liberale classico. Il concetto di corporativizzazione-burocratica nell’uso che ne fa Gramsci pare prestarsi bene a caratterizzare questo tipo di “unificazione” artificiale e “forzosa”, che ha partire dalla prima metà degli anni Venti ha dato vita da un lato ai sistemi dell’ “americanismo” (Gramsci) e dall’altro all’ascesa del fascismo e del nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto l’egemonia del liberalismo reazionario, per tutta una fase affiancato dal revisionismo moderno con la forma ormai in crisi da decenni delle repubbliche parlamentari costituzionali.
[13] Che appunto si presenta e si modifica tramite le rivoluzioni-passive al fine di tentare di rimandare nel tempo il crollo del Capitalismo Monopolistico di Stato.
[14] Un caso rilevante è quello relativo alla questione del “bonapartismo”. Con questa categoria si fa riferimento, partendo dalla Francia di Napoleone III, a quelle situazioni tipicamente ottocentesche in cui il partito di governo giungeva a cristallizzarsi in una sorta di regime formalmente al di sopra delle parti tra le diverse frazioni e classi sociali in lotta. Veniva a realizzarsi così un assetto che “equilibrava” parzialmente questi diversi interessi in reciproca contraddizione impedendo che il conflitto tra le classi dominanti e quelle proletarie potesse svilupparsi sino a dar vita a una crisi politica e sociale. Nel corso degli anni Venti del XX secolo, la socialdemocrazia di sinistra insieme al trotskismo, riprendendo le analisi storiche di Marx delle lotte di classe in Francia nonostante risultassero largamente superate dalle profonde motivazioni intervenute con lo sviluppo dell’imperialismo, applicò lo schema del bonapartismo all’analisi della crisi della democrazia borghese allora dilagante e alla relativa all’ascesa del fascismo con conseguenze politiche potenzialmente, di volta in volta oscillanti tra il codismo verso la socialdemocrazia e il rosso-brunismo (che lavora per transitare le masse dall’estrema-sinistra al “nazional-socialismo”), disastrose per il proletariato e per le masse popolari.
[15] Si capisce quindi in paesi come in Italia, certe tendenze degli anni Settanta potessero cadere nel riformismo nel momento in cui confondevano gli istituti dello Stato liberale ottocentesco con quelli dello Stato imperialista burocratico corporativo.
[16] Tali organismi, oltra a sottostare ai centri del reale potere economico-politico-militare, devono rispondere a esso della loro capacità digestione egemonica della molteplicità di interessi dei vari strati borghesi intermedi (i cosiddetti ceti medi) in reciproca competizione e della loro capacità di dominio egemonico sul proletariato e le masse popolari. Nel caso in cui si rivelino poco efficienti ed efficaci, vengono sostituiti con una nuova classe politico di governo con metodi più o meno burocratici e polizieschi (come, per esempio, nel caso dell’ascesa della classe politica rappresentata fascismo). È del tutto errata quindi la visione che spiega l’ascesa del fascismo solo sulla base dell’ascesa della lotta di classe. Viceversa, il fascismo può emergere anche solo perché una determinata classe di governo non riesce più a contendere e mediare conflittualità tra i vari settori della piccola e media borghesia. La comune e la perdurante confusione in tanti raggruppamenti della sinistra e dell’estrema sinistra tra il capitalismo ottocentesco e il sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato porta quindi all’impossibilità di impostare in modo adeguato, in funzione degli interessi del proletariato e delle masse popolari, gran parte dei principali problemi politici.
[17] La classe politica di governo non sarebbe tale, ossia non potrebbe assolvere ai suoi compiti servili se risultasse eccessivamente mobile e flessibile, al contrario deve giocare di volta in volta le sue carte. Una certa tendenza alla cristallizzazione è così insita nel carattere stesso di un sistema di rappresentanza e di una determinata classe di governo. La conseguenza è che molti strati reazionari di piccola e media borghesia inseriti variamente nell’involucro del SCMS tendono a loro volta a legami, per la rappresentazione e la difesa dei propri interessi particolaristici, a una certa classe politica di governo o delle componenti di esse. Si creano così schieramenti politici e sociali che a volte vengono confusamente identificati con il concetto di blocco dominante.
[18] Che solo come la Russia e la Cina dopo l’avvento dei revisionismo in questi due paesi hanno potuto oltrepassare.
[19] Rientra nella natura di un imperialismo semi-dipendente il fatto di far sempre pagare i costi supplementari di tale dipendenza alle masse popolari del proprio paese.
[20] Da questo punto di vista, paradossalmente, il più sfegatati sovranisti e ‘nazionalisti’ sono anche le forze politiche “antinazionali”. Nell’acuirsi della crisi generale del capitalismo che accentua il carattere semi-dipendenza e dei relativi interessi strategici del Capitalismo Monopolistico di Stato (CMS), tali forze si candidino con sempre maggior probabilità con sempre maggior probabilità di successo a diventare compiutamente una nuova classe politica di governo a danno degli interessi della maggioranza della popolazione italiana.
[21] Basta a tale una semplice considerazione dei rapporti reali per vedere come moltissime imprese del nord e del nordest, peraltro oggi vicin0 alla posizioni politiche della Lega, operino in stretto legame con le imprese tedesche e mirino a rafforzare un tale legame che pure le vede sostanzialmente dipendenti. Rientra in questo caso l’enfasi con cui si sta lavorando all’Egregio (accordo transfrontaliero tra lo Stato federato austriaco del Tirolo e le due province autonome italiane del Trentino e dell’Alto Adige) come progetto ponte con la Germania.